ALESSANDRO LEOGRANDE Michele Di Donato dialoga con Goffredo Fofi

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Il senso di una grande eredità. Ti parlo di Alessandro Leogrande
Lo sguardo e la veduta | Biblioteca Galleggiante dello Spettacolo TIP Teatro | Lamezia Terme 20/05/2021
Michele Di Donato (ilpickwick.it) dialoga con Goffredo Fofi

DARIO NATALE: Iniziamo questo incontro… Da quando abbiamo aperto questo posto, il Tip Teatro, desideravo che venisse Goffredo a visitarlo, intanto per l’amicizia che lo lega a Giacomo e alla Comunità, questo mi ha fatto sempre desiderare questo momento ed io ti ringrazio davvero tanto, benvenuto allo Sguardo e la Veduta, idea mia e di Maria Rosaria Saffioti, intorno a un progetto sull’editoria teatrale indipendente, riconoscendo a essa la capacità, molto spesso grazie alle Nuove Drammaturgie, di rileggere il nostro presente…

MICHELE DI DONATO: Buonasera a tutti anche da parte mia, a dispetto della mole, io oggi mi sento piccino perché sto accanto a Goffredo Fofi che non ha bisogno di presentazioni, però perdonatemi se qualcosa la diciamo: giornalista, scrittore, saggista, critico teatrale e cinematografico, animatore e fondatore di diverse riviste, attualmente direttore editoriale degli Asini, precedentemente fondatore e direttore dello Straniero di cui è stato a lungo vicedirettore Alessandro Leogrande, al quale è dedicato questa giornata di incontri qui al Tip, alla Biblioteca Galleggiante dello Spettacolo. Difficile capire già da dove si possa partire, al di là del racconto fatto dall’associazione Open Space aps, nessuno meglio di Fofi ci può raccontare il valore esteso dell’eredità lasciata da Alessandro Leogrande. A me colpiscono diversi aspetti della vostra esperienza in comune, che trovo sia molto ben descritta nella prefazione che lei ha scritto a questo volume, Dalle macerie, in cui Alessandro traccia un affresco lucidissimo sulla situazione politica, sociale e anche antropologica della città di Taranto che per Leogrande è punto di partenza e anche di ritorno per analizzare fenomeni politici ad ampio spettro; ecco, io partirei proprio dal racconto di come è cominciata la vostra avventura insieme, da quando lei ha cominciato la ricerca di nuovi talenti giornalistici per quella rubrica che si è chiamata Suole di Vento, in omaggio a Rimbaud e nella quale è confluita anche l’opera di Alessandro Leogrande.

GOFFREDO FOFI: Non è facile parlare degli amici morti, soprattutto quando sono morti così prematuramente, a quarant’anni, senza preavvisi, nel corso della notte. La vita si è interrotta, la sua compagna al mattino si è svegliata e lui era morto. E noi ci eravamo visti due giorni prima; era tutto euforico perché stava lavorando sul nuovo libro, una ricerca che riguarda i preti. Il fratello minore di Alessandro, Orazio, era finito in Argentina, a Buenos Aires, con la compagna, hanno due bambini bellissimi. Anche Alessandro era andato diverse volte in Argentina, appassionandosi a quella cultura, a Buenos Aires che è una città mondo, dal punto di vista culturale, artistico, ma anche dal punto di vista sociale perché è un posto di migranti, nato dalle migrazioni europee, un posto di turchi, arabi, italiani, spagnoli, di portoghesi. E di quegli aspetti dell’esodo, tra fine ‘800 inizio ‘900, dalle campagne europee ed italiane, anche qui dalla Calabria, parla un romanzo di Francesco Perri, anch’egli calabrese, che si chiama Emigranti e che non racconta la migrazione, ma racconta il prima della migrazione, un romanzo, riproposto da Rubbettino, tutt’altro che brutto. Ecco, c’era questa grande ondata di migrazione verso l’Argentina, migrazione europea o mitteleuropea, dall’Est, dal Vicino Oriente, e Buenos Aires è nata da questo incrocio di culture. In America Latina non è mai stata molto amata l’Argentina fino a tempi recenti, negli anni delle guerriglie per esempio, fino a Che Guevara, che era argentino di Córdoba. Quando vivevo a Parigi frequentavo quasi esclusivamente amici latino-americani –  messicani e argentini, ma li dovevo vedere separatamente perché si detestavano – due culture nettamente diverse e c’era una battuta che ripetevano spessissimo che faceva molto ridere – e molto intrigare Alessandro –  che diceva, in odio verso gli argentini: “I Messicani discendono dagli Inca, i Peruviani dagli Aztechi, gli Argentini dai bastimenti”, e quei pochi indios che c’erano prima della conquista nel nord del Brasile furono massacrati subito. Ecco, in Argentina Alessandro ci è andato molte volte per fare una ricerca su un prete, un criminale fascista argentino, uno che denunciava, che mandava la gente al massacro; ovviamente, quando è caduta la dittatura,  come la Chiesa fa quando ci sono dei perdenti, questo signore essendo un perdente viene accolto in Italia, in Vaticano, e infilato clandestinamente in un convento, facendogli forse addirittura cambiare nome, un convento in Emilia, dove praticamente gli avevano cambiato i connotati e Alessandro era riuscito a ricostruire tutto questo scenario. Cercò di intervistare questo prete che si rifiutò nel modo più assoluto, una persona che aveva contribuito alla morte di tanti desaparecidos; è morto, è finita anche per lui, era il libro su cui stava lavorando Alessandro che probabilmente avrebbe scritto anche senza riuscire ad intervistare il criminale, per dire come per lui c’era uno spazio che non era soltanto Taranto, non c’era soltanto l’Italia, la sua curiosità era strabocchevole, non era soltanto l’Albania e l’altra parte dell’Adriatico, è andato anche in Bosnia, in Croazia, Montenegro, ecc. ecc., anche perché il padre, una straordinaria persona, morto anche lui poco tempo fa, un insegnante di liceo e segretario della Caritas di Taranto, era stato tra i primi, quando è caduto il regime di Enver Hoxha, a portare gli aiuti alle popolazioni albanesi, andando a Valona – da Taranto è un salto di formica andare da una costa all’altra – c’era andato molte volte e si era portato anche Alessandro. Questo padre è stata una figura fondamentale. Quando ci furono i funerali di Alessandro a Roma io dissi delle cose e passai a salutarlo, lui mi abbracciò, piangendo mi disse “e pensare che io ero geloso di te”, come se gli avessi strappato il figlio, ovviamente ne era felice, perché era entrato in un certo giro che gli era servito molto. Io l’ho conosciuto grazie a Giancarlo De Cataldo, scrittore, ex giudice, quello che ha scritto della Banda della Magliana, perché Giancarlo aveva fatto un piccolo libro per le edizioni Theoria che pare si chiamasse Terroni, e mi aveva chiesto una quarta di copertina firmata che gli avevo fatto. Quando, stanco di fare Linea d’Ombra, che lasciai ad altri, venni di nuovo a Napoli per abitare di nuovo a Sud, mi rivolsi a Giancarlo, perché volevo fare questa sezione della rivista autogestita, non che fosse “il dittatore sono io e quindi decido io”; ovviamente intervenivo, però volevo mettere in piedi un gruppo di ragazzi tra i diciotto e i ventitré anni, anche senza scuola, un gruppo che fosse nazionale e che potesse raccontare la condizione giovanile di quegli anni. Una rubrica in particolare si chiamò Suole di vento, un modo in cui Rimbaud definisce i giovani, suole di vento: correre, andare, rispetto ai giovani di oggi che son tutti dei gran mollaccioni, questo era anche una presa d’atto di un bisogno, di una curiosità, di un movimento. E da questa sezione sono venuti fuori dei ragazzi bravissimi, ci ha collaborato lo stesso Saviano, che all’inizio era una brava persona, poi ha scelto Scalfari ed è finito nella merda, l’ho sempre detto, il bacio di Scalfari è mortale, se vi chiama per scrivere su Repubblica rifiutatevi perché finite male, magari fate i soldi, Saviano è finito subito, anche Baricco, altro collaboratore di Linea d’Ombra, finito, una pietra sopra, per carità non morto, perché c’è sempre una possibile seconda chance, però se sbagli anche la seconda, non ce n’è una terza e loro la seconda non l’hanno proprio voluta. Da questo punto di vista è venuto fuori Emiliano Morreale, e Luca Rossomando che ha messo in piedi una bellissima esperienza con un giornale di giovani a Napoli, Napoli Monitor, giornale locale di inchieste, di denunce, di scoperte, di perlustrazioni, di cultura (si sa che la cultura sono le pagine più mosce di un giornale), adesso è uscito questo libro di una persona in gambissima che è Walter Siti, Contro l’impegno (ed. Rizzoli), per lui l’impegno è Saviano e Michela Murgia, ma chi se ne fotte di Saviano e Michela Murgia? Ai miei tempi l’impegno era anche Sartre, Camus, Beckett, Orwell, certo non quello di Stalin, di Tito, di regime, certo non quello di Botteghe Oscure e Antonello Trombadori e i tromboni appunto del PCI, era una cosa seria, c’è gente che è morta nelle guerre di Spagna, le parole cambiano sempre… io volevo fare un libro sugli scrittori degli anni ‘30 che avevano da scegliere tra l’America, la Russia di Stalin, la Spagna di Franco, l’Italia di Mussolini, l’Inghilterra che invece era l’unico posto franco e che volevo intitolare L’impegno; è ovvio che quella di magnificare le sorti dello stalinismo non è una cosa seria, allora De Cataldo mi fa conoscere tre ragazzi di Taranto, Alessandro e due suoi amici liceali giovanissimi – Alessandro aveva circa diciassette anni – di cui uno che si occupava di teatro e che si è perso per strada, un’altro molto sveglio che ha deciso però di fare carriera come avvocato, rinunciando alla ‘rivoluzione’; con Alessandro invece si stabilì un rapporto molto stretto in questo gruppo che si riuniva a Napoli a casa mia, oppure una volta in Sicilia a Bagheria; io ho sempre avuto questa idea che i viaggi formano la gioventù, come si dice dalle nostre parti e quando potevo me li portavo dietro. Mi ricordo un viaggio con Alessandro straordinario, lui veniva da Taranto, io da Roma e ci demmo appuntamento ad Ancona dove gli feci conoscere Renato Novelli (è vivo, rintronato poverino non ragiona più), straordinario, uno dei pochi leader di Lotta Continua da rispettare e gli feci raccontare da Renato la storia del Natale del ‘68 a San Benedetto del Tronto, han fatto da poco l’anniversario; è una storia che vi racconto brevemente perché è una delle più belle storie del ’68. San Benedetto è un posto di pescatori, c’era un barcone con tanti pescatori che andavano in mare, la vigilia di Natale, poi sarebbero tornati per fare Natale in casa. Ci fu una tempesta, il barcone venne rovesciato letteralmente, molti riuscirono a scappare altri restarono, morirono lì dentro, una ventina di persone, c’è tutto su Internet, proprio in occasione di questo anniversario hanno caricato un sacco di materiali… Cosa successe? Siccome era Natale, la Protezione Civile non c’era ancora, non si mosse nessuno, da Roma questi infami del Governo non mandarono nessuno a cercare di salvare, perché qualcuno probabilmente era ancora vivo, a cercare di riportare in secco l’imbarcazione, ma il mare ondeggiava e questo barcone passava avanti e indietro a San Benedetto, mentre i familiari vedevano dal molo, senza riuscire a fare niente, e allora successe che i ragazzi di Lotta Continua capitanati da Renato Novelli, occuparono la stazione, ci furono tre giorni di guerra, con la Celere mandata da Roma e da altri posti, i giovani fascisti che avevano anche loro dei morti, delle persone in mare, occuparono l’autostrada, quindi tutta la costa dall’altra parte restò completamente bloccata il giorno di Natale, così finalmente il Governo si degnò di mandare qualcuno. Il processo ed il libro si fecero una quindicina di anni dopo e restò famoso perché il PM cominciò la sua arringa contro questi ragazzi che erano stati arrestati e poi via via liberati, dicendo: “Signori della corte, venerabile pubblico, il vostro PM quando sono successi questi fatti aveva diciannove anni”, ci fu una enorme risata, prosciolsero tutti, era una cosa abbastanza insensata, Renato raccontò questa storia ed io vedevo negli occhi di Alessandro una sorta di eccitazione da militante. Poi andammo a Marghera da Franco Bettin, che era un lavoratore molto vicino a Renato e ovviamente la gran curiosità di Alessandro era per l’affinità tra Taranto e Marghera, le due città, i due porti, le due Italsider, ecco; poi andammo fino a Trieste, gliela feci vedere: i posti di frontiera sono sempre affascinanti per gli incroci di culture e c’era un signore (anche questa è una storia abbastanza dimenticata), Renzo Tomatis, un famosissimo ricercatore oncologico, un esperto di cancro che aveva scritto un libro molto bello per Einaudi curato da Calvino, In laboratorio, era un libro sulla vita degli scienziati, un argomento allora inedito e Calvino c’era saltato sopra. Renzo aveva diretto per molti anni il centro di ricerca sul cancro di Lione e si dimise con un certo scandalo perché il Governo non voleva la ricerca sulle origini ecologiche del cancro, ma solo sulla cura, su questo avevano soldi a palate; Ford, Agnelli, i capitalisti davano un sacco di soldi; sulla ricerca delle cause del cancro gli tagliarono i fondi e lui dovette dimettersi. Il centro c’è ancora ma finanziato dalle multinazionali, perché la medicina tiene in vita uno per tanti anni e son sempre soldi che arrivano. Per di più Renzo aveva una moglie che era istriana e che aveva scritto un libro molto bello su quando gli italiani ebbero l’aut-aut da Tito tra diventare jugoslavi o doversene andare e si diffusero in ogni parte d’Italia. Una storia terribile. C’era un film che si chiamava La città dolente, un film poco noto – io ho diretto per due anni la sezione Prospettive a Venezia, sei film italiani dimenticati ce li ho infilati – questo film oltre ad essere stato scritto da Fellini ed altri, racconta l’Istria quando si decompone. Prodotto da una casa di produzione legata al Vaticano (il Vaticano aveva mandato prima degli operatori a filmare l’esodo da Pola), nel film c’è un quarto d’ora agghiacciante di tutta questa popolazione che sale sulle navi che portano la gente verso Venezia; è agghiacciante, perché gli italiani si portarono via i morti nelle loro casse, la storia è incredibile sempre, è nemica dell’uomo: Renzo con le storie del cancro, la moglie con le sue storie, vedevo Alessandro che dopo andava a casa, in albergo e si metteva a scrivere, scriveva tutto, insomma c’era un coinvolgimento, ma lui, cosa fondamentale sua, è che era, un po’ sapendo che voleva essere quello, un erede di Salvemini e del meridionalismo sopratutto pugliese, Salvemini, Tommaso Fiore, Vittorio Bodini, Camelo Bene; in particolare Salvemini: secondo me lui da me accettava un sacco di cose perché sapeva che io avevo dato la mano a Salvemini, avevo diciotto anni, un anno prima che lui morisse e questa cosa per lui era significativa. Per dirti, lo portai ad Aliano sulla tomba di Carlo Levi, a Tricarico a fargli conoscere Rocco Mazzarone, (Levi, Mazzarone, Rossi-Doria, Scotellaro, i quattro della riforma agraria nata dal basso, dal punto di vista dei contadini del Sud), lo portai a Lamezia da Giacomo per vedere anche le cose contemporanee che si vedevano, mi ricordo che a Tricarico andammo sulla tomba di Scotellaro, così come eravamo andati sulla tomba di Carlo Levi; Alessandro teneva moltissimo a questo aspetto del meridionalismo, suo nonno era un piccolo agrario (dalle parti di Foggia) e in qualche modo restava coinvolto anche con qualche senso di colpa storico rispetto alla storia del Sud e dei contadini del Sud; ovviamente lui non conosceva uno dei meridionalisti più bistrattati, Guido Dorso, autore de La rivoluzione meridionale, pubblicato prima da Einaudi, poi forse ristampato da Rubbettino. Dorso aveva lanciato questa formula secondo me rivoluzionaria, il Sud può cambiare se si trovano cento uomini di ferro; questo slogan “con cento uomini di ferro”…con le ‘palle’ … scusate la volgarità, o donne, si poteva cambiare il Sud, si faceva la rivoluzione, è un’idea che ritorna in questo che è l’ultimo libro curato da Alessandro L’altro Risorgimento di Carlo Pisacane, in cui decidemmo di mettere anche La spigolatrice di Sapri (“erano trecento, erano giovani e forti”) e  questo suo saggio su Pisacane è bellissimo, è la spiegazione anche della sua visione della politica: Pisacane era un mazziniano, Mazzini tanto vituperato dai cattolici e dai comunisti, anche perché nei Doveri dell’uomo che è un libro di una retorica intollerabile, ci sono due capitoli, uno, come dire, contro il culto dell’eterno, contro la visione religiosa della vita e uno contro il culto del benessere e quindi Pisacane pure lui mazziniano diceva: “L’assoluto del benessere è l’assoluto dello stato”, l’assoluto del benessere era l’America, l’assoluto dello stato era la Russia. Quello che Mazzini ha fatto di importante per il Risorgimento è di aver diffuso l’idea che il pensiero senza l’azione non vale un cazzo, l’azione senza il pensiero non vale un cazzo, per questo io dico sempre quando c’ho tanti intellettuali intorno che mi viene voglia di elogiare quel generale franchista che disse occupando l’università di Salamanca “quando sento la parola cultura tiro fuori la pistola”, la cultura è un servizio, dipende da chi serve, “sotto quale potere” diceva un personaggio dell’Enrico V di Shakespeare, quando arriva quello lecchino che predica “sotto quale Re sei”, questa idea del pensiero e dell’azione si è trasferita via via: Gandhi era un mazziniano, Gandhi ha scritto degli elogi di Mazzini, Tolstoj aveva letto Mazzini, tutta l’area non violenta, anche in parte quella violenta, perché Mazzini non era un non-violento, la Giovine Italia facevano gli attentati, Pisacane sparava, però c’era questo nucleo che secondo me per Alessandro era fondamentale: Pensiero e Azione; di questa cosa abbiamo parlato spesso quando si trattava di giudicare dei libri: sì, è importante, è interessante, ma cosa provoca, cosa avviene dopo questo libro? C’era sempre la ricerca di una cultura attiva, una cultura che serve a cambiare le cose, oggi di questo non c’è traccia, se tu leggi gli ottanta libri candidati al Premio Strega, tranne uno che è quello di Emanuele Trevi, che non è un brutto libro, sono settantanove cazzate, sia quelli storici, sia gli altri sono delle palle mostruose con cui la gente si fa le seghe al computer. Il problema non è oggi fare i libri, non è vendere, è far circolare il denaro, le banche non vogliono che la Mondadori sia in attivo, vogliono che la Mondadori producendo libri metta in moto un meccanismo, che riguarda gli editori, i dipendenti, i tipografi, i distributori, i librai, i giornalisti, i recensori, un meccanismo con cui campiamo in tanti, ma un meccanismo assolutamente perverso, la qualità non conta, neanche la vendibilità, perché i libri come sapete arrivano in libreria per quindici giorni e poi vengono sostituiti da un’altra ondata di libri e vanno al macero, la Mondadori manda al macero ogni anno milioni di copie di libri, libri recenti, perché i non ci sono magazzini a sufficienza, se i magazzini della Mondadori, che già ci sono e sono enormi, dovessero raccogliere tutti i libri che stampa e che gli restano sul groppone, la Pianura Padana sarebbe un immenso deposito; è semplicemente un giocherello dell’economia attuale che è un’economia folle, non è un caso che la politica sia morta e ci si affidi direttamente alle banche, il potere del mondo è il potere della finanza delle banche che per esercitare il dominio non hanno la cultura dei libri, hanno la cultura di Internet, dove tutti scrivono, i blog, le cose, tutti noi… Alessandro ha visto solo l’inizio di questa storia, non ha visto poi le cose come sono andate a finire. I primi libri che abbiamo fatto insieme ad Alessandro erano due libri collettivi, uno edito da L’ancora del Mediterraneo, una piccola casa editrice fondata da Stefano De Matteis, si chiamava Luna Nuova, fatto da giovani scrittori meridionali, scrittori in senso più largo, per cui c’erano anche delle storie di vita, delle inchieste e c’era anche un testo di Alessandro, l’altro si chiamava Anni verdi, che era solo per gli scrittori per quelli che nascevano allora, alcuni hanno fatto un po’ di strada, come succede. Poi c’è stato il primo libro su Taranto e poi ne fece altri, per dire facemmo insieme un libro sullo sport, lo fece lui, io diedi solo un testo, lui era riuscito a trovare una mia intervista a quel grande allenatore del Napoli, Zeman, non so chi mi aveva chiesto di andare ad intervistare Zeman, andai quando era il Napoli del trionfo prima di Maradona e ovviamente simpatizzammo molto, gli chiesi se per caso era parente di Zeman, autore di bellissimi cartoni animati ceco e lui mi disse purtroppo no, ma mi abbracciò perché sapevo chi era Zeman, si sciolse all’improvviso, diventò un babà… insomma Alessandro aveva una serie di interessi, ogni anno andavamo al Festival di Santarcangelo, poi finito male, ma per molti anni eravamo fissi lì, il premio della rivista (Lo Straniero), lo facevamo li in quegli anni, tra l’altro tra i primi premiati c’erano Alessandro Leogrande e Stefano Laffi, che poi ha messo in piedi il centro di ricerca Codici che funziona ancora molto bene nonostante la pandemia; insomma c’era una vitalità, lui per esempio aveva un occhio di attenzione che io ho cercato in tutti modi di incentivare su cose che io non ero in grado di seguire e se ci provavo cominciavo con degli sbadigli: occuparsi del sindacato, ed entrò in contatto subito con alcuni personaggi della sua statura, Luca Rastello che poi fece un libro per Einaudi che si chiamava La guerra in casa, un libro bellissimo contro don Ciotti, I buoni e Mauro Rostagno. Mauro non lo ha conosciuto ma lo ha inseguito, anche Peppino Impastato era stato conquistato dallo sbarco di Rostagno in Sicilia, Peppino io non lo ho conosciuto, ho conosciuto il fratello, anche la madre coraggiosissima…

MICHELE DI DONATO: Ha appena scritto un libro…

GOFFREDO FOFI: Io non lo ho visto ancora questo libro, tra l’altro lui va alle commemorazioni. Peppino era abbonato ad Ombre Rosse e Quaderni Piacentini, era come dire… Cosa Nostra, degli anti-mafiosi, insomma c’era una tensione una partecipazione che a volte faceva sì che si arrivasse a certi scontri, non è che tutte le volte si andava d’accordo, per vent’anni abbiamo lavorato allo Straniero e il fatto che ci si vedesse tutti i giorni, cinque giorni a settimana, in tre in una stanza grande… così, sai, eravamo in tre, io lui ed Anna Franchi, in redazione, molto ravvicinati e come dire… io non mi pento di aver chiuso alla fine dei vent’anni con il numero 200 de Lo Straniero, proprio perché sentivo che era finita un’epoca; purtroppo pochissimo tempo dopo Anna morì di cancro e poi Alessandro… ed anche questo è significativo raccontarlo: l’ultimo numero, decidemmo di mettere insieme a loro, direttori in ordine alfabetico Anna Franchi, Alessandro Leogrande e Goffredo Fofi e decidemmo di mettere una didascalia, che era un numero triplo enorme, con scritto che Goffredo Fofi ed Alessandro Leogrande ci tengono a dire che senza l’aiuto di Anna Franche questa rivista non si sarebbe mai fatta, effettivamente era quella che compariva di meno ma se non c’era lei e in qualche modo questa triangolazione funzionava perché quando si litigava si era sempre due contro uno, a maggioranza si trovava sempre l’accordo, una volta vincevo io una volta Alessandro, una volta Anna, su un articolo, su una recensione, su un qualcosa, poi c’è stato anche Aldo Senesi, a Napoli a un certo punto facemmo anche una rivista che si chiamava Dove sta Zazà, uscirono solo sei o sette numeri, perché un coglione che purtroppo  era uno dei cinque direttori, questo bischero insomma ci mise nei guai perché proponeva solo scrittorelli, poetucoli, amici suoi, voleva la sua piccola mafia napoletana, noi regolarmente glieli bocciavamo e lui se ne uscì dicendo siamo cinque direttori io voglio un quinto della rivista, al che dicemmo vabbè, chiudiamo e non se ne parla più e lo mandai a quel paese, si chiama, per la storia, Silvio Perrella se vi capita non fidatevi, per dire non è che sia andato tutto liscio, nelle riviste ci sono poi automaticamente collaboratori, è sempre un movimento non è mai una cosa statica, è bello fare le riviste per quello, ecco un’altra cosa che facevamo, andavamo regolarmente con questo gruppo di ragazzi, andavamo a Cenci da Franco Lorenzoni, nel suo laboratorio pedagogico, dove si fanno seminari; Franco lo conosco da quando era ragazzino e li c’era tutta questa banda di ragazzini, c’era Carlo Dono, Casaroni, Mariana Dorsi, insomma c’erano persone che invitavamo e che venivano anche se nessuno li conosceva, erano tre giorni che si stava lì in campagna, tre giorni di una intensità enorme e questa è forse la cosa che mi manca di più e che con Alessandro si faceva più volentieri; era una persona un po’ sulle sue ma in realtà di una socievolezza estrema, per cui si discuteva, si discuteva e in qualche modo… ci si voleva bene; citavo Silone per una vignetta di un grandissimo disegnatore degli anni intorno al ‘68 , in cui c’è un bambino testone, brutto, antipatico che da dietro un angolo guarda le ragazzine che giocano e la sua vignetta dice:  “Si divertono, si vogliono bene, c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo”… Vedi proprio come nasce il nazismo, c’è qualcosa di sbagliato perché uno non riesce a essere generoso, giocoso, ecc., insomma, c’è stato un periodo molto lungo e molto bello. L’ultima cosa che vorrei dire prima di tornare al discorso politico della cultura, lui soffriva… ecco, una persona con cui era molto amica era Guglielmo Minervini, sindaco di Molfetta, tra le altre cose, che faceva la casa editrice La Meridiana fondata da Don Tonino Bello e Guglielmo è stato uno dei politici del Sud più intelligenti che io ho conosciuto, negli anni; è morto, saranno ormai dodici anni; gli anni ‘60, ‘70,  ‘80 e oltre era estremamente importante in Puglia, un riferimento per una sinistra concreta, non ciarlatana… un po’ lui, un po’ Cassano, Pensiero Meridiano, c’era un’area, ed anche lì cercammo di fare con Guglielmo, una rivista pugliese, appulo-lucana che coinvolgesse anche Matera, l’area Manzarone, Scotellaro… insomma l’unico rimpianto di Alessandro era quello di non avere conosciuto Alessandro Langer. Langer mi era molto amico; uno dei due genitori ebreo, l’altro protestante, lui di vocazione quando venne a studiare a Firenze conobbe Don Milani e diventò sostanzialmente cattolico, però era questo intrigo… è stato un leader dei Verdi di Bolzano ma legatissimo ai Verdi tedeschi, andava e veniva e quando ci fu la guerra nell’ex Juogoslavia lui teorizzò la necessità di fare da ponte tra i belligeranti e ci andò e la mia convinzioni è che lui si sia ammazzato per questo perché la situazione era assai pesante… i Verdi di Bolzano diventarono sempre più… ‘parlamentari’, romanizzati, si persero… le delusioni della politica portano anche a forme sterili. C’era questa sintonia di vedute tra i due Alessandro e però uno era morto; due anni fa uno di Bolzano, non mi ricordo il nome, ha fatto un libro in cui ha raccolto tutti gli interventi di Langer sull’Albania e gli interventi di Leogrande pure sull’Albania, si sono riuniti e lì, come dire, si sono incontrati post-mortem, perché veramente se leggi queste cose in parallelo scopri che c’era una sintonia meravigliosa, sul rapporto pensiero-azione e sull’idea di una intellighenzia attiva, militante, cioè stare nelle cose e fare politica. Alessandro per me era importante perché io non ero più in grado, non sono mai stato molto in grado; ho fatto militanza ma non politica, hanno cercato di coinvolgermi i gruppi politici eccetera, senza risultati, mi sono tirato indietro, non è il mio campo, non ci riuscirei, sono nato come maestro elementare e assistente sociale, sono i miei due titoli di studio, so fare quello, neanche bene l’intellettuale, ma quello forse sì, il pedagogo, l’insegnante, l’organizzatore, nella storia del ‘900 sono l’unico che ha fatto una quindicina di riviste anche avendo il coraggio di ammazzarle quando vedevi che il mondo cambiava e ci voleva un’altra cosa; tirandomi dietro alcuni dei vecchi, non tutti, perché molti li lasciai per strada, come i Saviano, i Baricco ecc., e cercandone dei nuovi, però ecco quello che io apprezzavo di più in Alessandro era proprio la vocazione salveminiana, di fare politica in un modo intelligente, non condizionato dai partiti, non condizionato dalle ideologie, capace anche di cambiare rotta se la storia ti spinge, se non puoi fare altro, capace di cambiare idea.
Alessandro ad un certo, punto siccome aveva bisogno di lavoro, lo mandai da Roberta Carlotto che dirigeva Radio Tre e lei siccome aveva preso alcuni collaboratori della rivista, lei diceva che aveva due fonti di rifornimento, il Manifesto delle pagine culturali, non quelle politiche e Lo Straniero. A un certo punto Alessandro aveva bisogno; appena ebbe capito che tipo era Alessandro lo mandò a Genova a seguire il G8, a fare le corrispondenze, una responsabilità che lui ha assolto in un modo straordinario: la morte di Giuliani, seguì anche a Firenze un’altro G e qualcosa, in qualche modo è una storia antica, lui è un personaggio che attraversa, c’è un legame tra lui e Salvemini, nel modo di guardare le cose, quando si dice Pisacane, c’è un legame tra di loro, c’è una storia che è una storia nazionale politica di una minoranza che in determinati momenti storici gli capita anche di diventare maggioranza, con ad esempio sette anni di guerra mondiale e tre di guerra civile vien fuori una generazione straordinaria di politici ed intellettuali, perché la resistenza ha formato una generazione straordinaria, quelli che hanno fatto la Costituzione che hanno buttato via a calci nel culo quel mascalzone, quelli che han dato il voto alle donne per la prima volta nella storia, hanno fatto la scuola media unica, è il ponte che poi ha portato oltre il ’68, fino al divorzio, all’aborto, io dico sempre – anche con Alessandro s’è parlato molto e ora vedo che qualche storico comincia a dirlo anche lui – che la Storia d’Italia comincia il 25 luglio 1943, non nel 1860, nonostante gli eroici Pisacane e Mazzini, vince Cavour, vince Crispi, quello che lanciò la battuta riguardo agli emigranti, di tutti ‘sti contadini calabresi, siciliani, spediti alla ventura senza niente, lui rispose con una battuta agghiacciante: “O emigranti o briganti; scegliete voi”, borghesia nazionale… cioè se li mandiamo via non rompono i coglioni, una situazione molto poco accettabile, ecco questa idea del legame tra il pensiero e l’azione oggi è solo motivo per pochi intellettuali, siamo tutti dei castrati consenzienti, l’azione non sappiamo che cos’è, ci basta scrivere, scriviamo ehhh io penso dunque sono, non sei niente, io scrivo dunque sono ancora peggio, smanetto e dunque sono… e rispetto a questo con Alessandro ne abbiamo parlato molto, il che vuol dire in sostanza… il discorso non di per sé non violento, può essere anche in parte violento, quello della disobbedienza civile, Gandhi diceva la non violenza è fatta di tre cose, 1) non fare il male, io personalmente 2) non mentire, perché è violenza dire le bugie agli altri e a sé stessi e 3) sul piano politico, disobbedienza civile… che può essere individuale, collettiva, di gruppo, di movimento ecc. ecc., le rivoluzioni nascono dai movimenti, dalle disobbedienze civili e la disobbedienza, questo lo diceva non Gandhi ma Capitini può anche essere spesso violenta, il movimento operaio è pieno di storie di violenza, io vivendo a Torino in anni in cui ci arrivava ancora tanta gente, anni ‘50, anni ’60, ho conosciuto molte donne, comuniste, socialiste, anarchiche e loro cercavano di aiutare i maschi quando scendevano in sciopero, come facevano negli anni ’20, quando per impedire che la polizia a cavallo desse l’assalto agli scioperanti, le donne si mettevano in mezzo con delle buste piene di pepe, studiavano la direzione del vento, lanciavano il pepe in aria, e ai cavalli gli arrivava il pepe nelle froge, si imbizzarrivano, facevano cadere a terra i cavalieri e questa era disobbedienza civile, a volte era disobbedienza violenta, lo dice Capitini, nei suoi libri… c’era una parte violenta… i crumiri, c’era uno sciopero e tu gli impedisci di entrare e tu fai una violenza… ma una violenza dalla parte del giusto… ecco questa idea del rapporto pensiero azione è quello che in Alessandro era più forte, Alessandro ha scritto dei libri molto belli, sul caporalato, gli immigrati… erano belli perché erano completi, lui ad esempio aveva molti rapporti con i sindacalisti, di base ma anche qualcuno di vertice, la buonanima di Trentin, amico storico… lui (Alessandro), se c’erano riunioni ci andava, la cosa che mi ha stupito di più, non tanto però, che ha stupito molti amici, quando è morto, c’erano dei fascisti che hanno scritto degli elogi per Alessandro: “abbiamo avuto degli scontri, ma era una persona, integerrima, rispettosa, pulita, attenta a quello che l’altro diceva”, persino i fascisti gli riconoscevano questa dote, poi lui in realtà era durissimo perché andava al nodo delle cose, da questo punto di vista Lo Straniero ha funzionato sulla politica sia nazionale che internazionale; senza Alessandro io non sarei riuscito a fare una rivista, abbiamo scoperto delle cose molto prima degli altri, abbiamo scoperto degli autori, riuscivamo a trovare delle corrispondenze dalla Bosnia, dal Sudafrica, dal Cile, si creavano dei legami intellettuali ma soprattutto una convinzione morale molto forte e in questo l’Alessandro che ho conosciuto quando aveva diciotto anni non era affatto diverso da quello di quarant’anni, la stessa cosa quindi tutto nasce da qui: Pensiero e Azione.

MICHELE DI DONATO: Io avrei voluto aprire tante finestre da cui affacciarsi durante questo primo lungo intervento sui temi che sono stati toccati, mi ricollego a quando detto all’inizio su questo prete sudamericano, soprattutto per quanto riguarda questa capacità di Alessandro Leogrande di leggere la complessità strutturale di un universo molto stratificato e poi portarla a sintesi attraverso una capacità di indagine attraverso un metodo di inchiesta rigoroso preciso e strutturato…

GOFFREDO FOFI:  Con Giacomo Panizza, non so che anno era, facemmo questo seminario a Lamezia mare, a nord di Lamezia, in un albergo fuori stagione, sulle pratiche dell’inchiesta sociale; adesso io ci credo meno, in tanti fanno inchiesta; io feci un’inchiesta importante, molto importante, sull’emigrazione meridionale a Torino… avevo anche vent’anni, avevo coraggio, un libro storico, raccontare il grande esodo dalle campagne verso il triangolo industriale… poi mi sono stufato ho fatto altro, però questa idea dell’inchiesta sociale era un chiodo fisso, nel primo numero di Linea d’Ombra scrissi un articolo che partiva dall’applicazione di un librone delle inchieste di Truman Capote, quello di A sangue freddo, raccontando la storia degli scrittori che fanno inchiesta, il giornalismo d’inchiesta, qualcosa sapevo, a parte aver conosciuto Merli, aver frequentato Danilo Montaldi, Pitzorno, la nascita della sociologia in Italia avviene contemporaneamente dopo la guerra, a Milano, sociologia industriale intorno a Pitzorno, a Portici sociologia agraria intorno a Rossi-Doria, sono storie parallele, naturalmente avendo due nemici enormi difronte che sono Benedetto Croce a cui la sociologia fa letteralmente schifo, fa tutto quello che può anche per boicottare alle Università quelli che volevano aprire cattedre di sociologia, e il Partito Comunista; per il partito Comunista la sociologia no, l’ideologia conta, le lotte… ciononostante la sociologia poi si è affermata ed è venuto fuori un grande giornalismo, come dire, di inchiesta, Camilla Cederna, Giorgio Bocca, Anna Garofalo, molte donne anche perché era uno dei pochi campi in cui le lasciavano fare e queste partivano con le cronache mondane e poi si mettevano a fare il libro sul presidente Leone: l’impeachment sul presidente Leone è dovuto al libro di Camilla Cederna, naturalmente vinse Leone, lei si era premunita, mise degli avvocati, l’unica cosa a cui teneva era la sua villa di famiglia in Val d’Ossola, con scrittura privata la lasciò a suoi nipoti garantendosi solo l’usufrutto a vita. I libri di Bocca sul miracolo economico sono straordinari e perché dico le donne, anche Oriana Fallaci, che a me stava antipatica sia chiaro, che era una grande cultrice di Jack London, io avevo ritirato fuori Jack London… e lei lo diceva che per far carriera una donna nel mondo del giornalismo deve avere… scusate… diceva lei… le palle quadrate se no ti fottono…  le donne stiano in casa a cucinare, a lavare… nella società a scrivere le cronache mondane ecc. ecc… per far carriere una donna nel giornalismo italiano di quei tempi doveva veramente mangiare merda a palate, mentre i maschi, Giorgio Bocca, tutti, i vari Scalfari ecc.; Scalfari bastava che sposasse la moglie del direttore della Stampa ed era già ai massimi livelli… L’inchiesta sociale ha avuto anche un peso politico enorme, di denuncia, il mondo di Pannunzio, nessuno lo vede più, nessuno ne parla più, ma ogni numero c’era , come si chiama… Giovannino Russo, lucano, no, che faceva delle inchieste straordinarie, Baroni e Contadini… Annamaria Ortese faceva delle inchieste bellissime, ha seguito questa strada con un occhio da donna, c’erano grandi scrittori che avevano fatto i giornalisti… l’inchiesta sociale, i miei idoli erano Scotellaro a sud e Danilo Montaldi a nord, adesso esce un libro su Montaldi curato anche da me, devo dire bello… Mariuccia (Salvati) ci ha messo anche il mio nome… le due figure che io ho avuto presenti (e c’entra nella definizione del personaggio che è stato Alessandro), era la figura dell’intellettuale organico come teorizzata da Sant’Antonio Gramsci, ecco. Scotellaro e Montaldi sono stati i miei due modelli di intellettuali organici; cosa vuol dire intellettuali organici, intellettuale che nasce dal proletariato, nasce dal mondo contadino, nasce dal popolo e diventa intellettuale per raccontare e difendere i diritti del popolo e loro due lo hanno fatto egregiamente… Il PCI li ha odiati entrambi perché loro (il PCI) parlavano dell’intellettuale organico ma non ne avevano manco uno…
I sindacalisti ammazzati ai miei tempi erano diciannove, poi non so… erano tutti socialisti, comunisti ce n’era uno solo negli anni Sessanta avanzati… vorrà pure dire qualcosa. C’era un modo di vedere… Salvatore Carnevale aspirava a diventare un intellettuale organico senza sapere, un contadino che difende i diritti dei suoi simili, dei suoi amici…

MICHELE DI DONATO: Per sottolineare come la conduzione dell’inchiesta sociale da parte di Alessandro venisse portata avanti con scrupolo e rigore, Lei che ne ha seguito la formazione e la crescita, ci può raccontare più nel dettaglio qualcosa su questo suo percorso specifico?

GOFFREDO FOFI: Ecco, Le pratiche dell’inchiesta sociale. Un libro molto bello, forse il saggio più bello è di Gilberto Marselli che era l’assistente di Rossi-Doria, che ha raccontato le influenze della sociologia americana. C’erano legami stretti nel mondo dei meridionalisti… arrivavano gli americani, i tedeschi… irritavano profondamente il PCI. Aallora, Le pratiche dell’inchiesta sociale è stato un seminario che abbiamo fatto da cui sono venute fuori delle altre cose. Ma la cosa che a me ha colpito di più nelle storie d’inchiesta è che io… come dire… ho studiato da assistente sociale, a Roma, erano tutti di influenza americana… c’era una grande volontà di intervento per cambiare le sorti della popolazione, culturale e reale, alfabetizzazione degli analfabeti, anche questo fu. Intorno al 1960 in Italia i contadini erano più numerosi degli operai e di altre categorie sociali. Gli analfabeti erano più numerosi degli alfabetizzati. In questo contesto io ho imparato, passando a Torino e legandomi all’ambiente – l’inchiesta operaia era un feticcio – però i discorsi erano gli stessi, due mondi completamente diversi – area olivettiana e quello dei quaderni rossi, rivoluzionari – e lì, per dire, i discorsi erano uguali. A me colpì che al Cepas gli olivettiani mi insegnavano la co-ricerca: si fa ricerca perché l’intervistato deve prendere coscienza della sua situazione e cercare di cambiarla. La parola d’ordine degli assistenti sociali nel dopoguerra era “aiutare gli altri perché si aiutino da soli” e ancora oggi il sociale dovrebbe insegnarlo, è fondamentale, che cavolo fai se no? Paternalismo e assistenzialismo; dare una mano perché si tiri fuori dalla merda, ma poi se la veda lui… ecco questa idea della co-ricerca era la stessa dei quaderni rossi. Le interviste le facevamo agli operai davanti alla Fiat: per tre anni alle cinque di mattina andavamo in bicicletta a parlare con questi operai buzzurri piemontesi prima che arrivassero ondate di migrazioni… gli davi il volantino, facevano due passi e lo buttavano a terra, noi lo raccoglievamo e andavamo all’altra porta, la porta 5, però per dirti… io non sono astemio… io e Vittorio eravamo timidi, lui era per lo più un borghese, un figlio della “donna dalla voce rauca”, quella di Pavese, e per farci coraggio, per attaccare il discorso con questi operai piemontesi, ottusi, bevevamo il cicchetto all’osteria dell’angolo alle 5 di mattina. Per tre anni e lui per metà della sua vita… e si è alcolizzato… (ride) anche lì si parlava di co-ricerca, in termini diversi ma era la stessa idea: aiutare le persone attraverso le domande, sull’organizzazione del lavoro, sui ritmi, sui tempi, sulla catena di montaggio, a capire il contesto in cui si muovevano e capire cosa era utile fare per cambiare quello stato di cose. C’era un‘idea dell’inchiesta sociale come intervento sociale non solo come conoscenza e basta.

MICHELE DI DONATO: Quest’idea dell’inchiesta sociale, in anni più vicini a noi, ha avuto una trasformazione che si può riscontrare anche in Alessandro Leogrande, che l’ha portata a trasformarsi in un affresco antropologico della società, andando oltre le dinamiche politiche tout court.

GOFFREDO FOFI: Alessandro era un ottimo scrittore, come Luca Rastello, come altri. Sapeva andare all’essenziale, trovare le immagini e le parole giuste per raccontare le situazioni, e questa era una. L’Università è il nemico principale (stupidi che formano degli stupidi). Scritti vari contro l’Università è un libretto il cui titolo l’ho preso da un saggio che apre questa raccolta, di un americano degli anni ’60; l’Università al tempo del Vietnam, “la delinquenza accademica”, le baronie ecc. La sociologia è caduta molto in basso, la pedagogia molto di più, la psicologia ecc… sono scienze che all’università veramente non hanno spazio e sono fondamentali. Si parlava, per esempio, l’altro ieri, tu sai chi era Luigi Ferraiuoli? Un grande studioso di diritto, vecchio amico, parlavamo di questa situazione aberrante, di come funzione l’Università, del rapporto tra il barone e il giovane che vuol fare carriera… sono cose di sudditanza, di servilismo, ma anche di rincoglionimento progressivo, che ti fanno fare cose che ti portano molto lontano da ciò che volevi studiare e avevi in mente. Però, tornando ad Alessandro, era un buono scrittore, i suoi libri si leggono con molta avidità. Come pure Luca Rastello; Luca ha tentato anche il romanzo, due romanzi molto belli, poco apprezzati dalla critica. Questa complessità in Italia, una volta, era tenuta molto presente e che Salvemini fosse uno grande scrittore e non solo un grande polemista lo sapevano tutti. L’inchiesta giovanile di Salvemini su Molfetta è un capolavoro della sociologia, è degli anni ’20. In Calabria c’era Vincenzo Padula, personaggio troppo dimenticato, facevano una rivista che si chiamava Il Bruzio in cui c’era obbligatoriamente un’inchiesta su un comune calabrese; durata una decina d’anni, tutti i comuni calabresi sono stati raccontati e lui chiedeva tutti i dati possibili e poi la descrizione dei monumenti, del paesaggio, delle coltivazioni, il cibo. L’inchiesta ha una funzione conoscitiva e politica. Un’altra cosa volevo dire a proposito di Giovannino Russo: era diventato molto amico di Alessandro e Giovannino (detto così perché era piccolo), a un certo punto lo scopre tramite Il Mondo, Il Corriere della Sera, gli fanno un bel contratto e scrive sul Corriere, tutto contento, un salto di status economico notevole. Ennio Flaiano che era suo amico scrisse dei versi che dicevano: “Alle cinque della sera, da una millecento rosso, scende Giovannino Russo del Corriere della Sera. C’era un gusto, un’importanza dell’inchiesta che attraversava il giornalismo, la letteratura, alcuni grandi romanzi italiani erano anche inchiesta, come ha scritto Umberto Eco, persino I promessi sposi: c’è tutta l’Italia, tutte le classi sociali, in qualche modo anche il frutto di un’inchiesta, di una conoscenza, perché mica di certi ambienti Manzoni sapeva qualcosa. Questa idea dell’inchiesta come forma letteraria seria, ormai nel mondo serve, si pensi al premio Nobel a Kapuściński, a Svjatlana Aleksievič, gente che le inchieste le ha fatte e le sapeva fare. Tolstoj ha inventato le storie di vita, aveva una cognata rompipalle, voleva fare la scrittrice, lui le disse: “Nel villaggio vicino c’è una vecchia contadina con una vita piena di cose da raccontare…” e l’ha mandata a raccogliere le memorie di questa contadina… Scotellaro, senza saperlo, rifà quello che s’era inventato Tolstoj. C’è un legame tra giornalismo, letteratura e sociologia fortissimo, c’è sempre stato.

MICHELE DI DONATO: Una domanda un po’ retorica: sociologia e pedagogia sono ancora scienze funzionali al giornalismo?

GOFFREDO FOFI: Intanto il giornalismo non esiste più. Con Internet il problema è che i likes, la forma estrema di democrazia, si sono rivelati essere una forma nuova di fascismo. Il giornalismo sopravvive perché ci sono gruppi di potere che hanno ancora bisogno di questa cosa ma per un gioco politico tutto sommato secondario di cui potrebbero anche fare a meno.

MICHELE DI DONATO: “A Berlusconi conveniva essere gay” diceva il titolo di un quotidiano l’altro giorno: quanto siamo scesi in basso, a livello di polemica? Mi interessa molto l’ambito giornalistico, anche perché Alessandro Leogrande comincia molto presto con Lo Straniero e normalmente è molto difficile cominciare presto e farlo in condizioni accettabili dal punto di vista professionale, economico, per le relazioni che si instaurano Mi ha colpito molto il fatto che ci sia stato questo lavoro di scouting, che Lo Straniero sia riuscito a essere una palestra aperta.

GOFFREDO FOFI: Io non volevo creare dei giornalisti, manco morto! Volevo tirare fuori persone intellettualmente preparate che fossero militanti. Il punto di arrivo dovrebbe essere questo.

MICHELE DI DONATO: E questo è possibile?

GOFFREDO FOFI: Sì… non ne conosco tanti purtroppo. Agli Asini ogni tanto capitano dei ragazzi, qualcuno bravo c’è, che sa fare delle inchieste, c’è un ragazzo che mi ha portato una cosa che era il resoconto, il racconto di una manifestazione dei negazionisti, era scritto da Dio, perché era anche un’analisi sociale di chi erano i no-vax , sapeva anche capire cosa c’era dietro, non solo la stupidità.

MICHELE  DI DONATO: Uno dei grandi temi, se vogliamo, non dico più della mia generazione ma anche delle successive, è la trasmissione dei saperi; noi ci siamo trovati orfani di una generazione di padri che non ci ha trasmesso la conoscenza, l’identità di un mestiere.

GOFFREDO FOFI: Ma siete anche dei castrati volontari; non ci sono più movimenti nelle università e poi questo fatto che non ci sia gente che dice “non ci sto”; con gli stessi ragazzi degli Asini ci ho provato anni fa: “Facciamo volantini, li distribuiamo, specifici, ai ragazzi che si iscrivono, alle matricole, dicendo, ragazzi state attenti che…”, però capisci, una delle rovine è stata non solo le università, ma le scuole di scrittura: Baricco è stato un produttore terribile, hanno prodotto disastri. Una volta in una riunione qualcuno mi ha chiesto come fare a pubblicare un libro, io ho inventato due formule. La prima: “Per pubblicare un libro servono tre cose: il talento (o c’è o non c’è, e te ne accorgi se c’è), la cultura (sapere dove ti collochi, chi c’è stato prima di te ecc.) e il progetto (dove vuoi arrivare, ecc., se il progetto è solo quello di vendere o di andare in televisione… cazzi tuoi)”. Se ci pensi qualsiasi libro, per esempio talento tanto, cultura molta, progetto tantissimo… le tre qualità le trovi… se prendi un libro di Bassani, queste tre qualità le trovi. Poi, l’altra formula. Mi dissero: “Che cosa consiglieresti?” io insomma quello che consiglierei sono quattro comandamenti: 1) resistere (anche quello è una fatica), 2) studiare, perché il capitalismo studia, loro hanno l’intuizione, milioni di scienziati che elaborano le loro porcherie per il mercato, hanno le università più importanti nel mondo, 3) fare rete, non nel senso di Internet ma di creare aree, amici, ecc… e 4) rompere i coglioni. Però se ci pensi, oggi è più dura che altrove proprio per le lusinghe che hai intorno e per la stupidità che ci circonda; la cultura oggi è uno strumento fondamentale del potere, la comunicazione è diventata Internet, è diventata un oppiaceo, io smanetto dunque esisto… cazzo esisti? Credi di pensare con la tua testa mentre pensi quello che ti fanno pensare loro. Il capitalismo, anche ora col Covid, si è rinnovato, sono più forti che mai. Il mondo contemporaneo è finanzializzazione dell’economia, finanza e circolazione del denaro, globalizzazione, comunicazione.
Le case editrici mi mandano un sacco di libri, mi arrivano da due a cinque libri ogni giorno che poi regalo alle biblioteche. Ripeto, il discorso è il vuoto maggiore, la cosa di cui soffriva di più Alessandro, soffro io, soffriamo tutti è il vuoto della politica. La fine dei partiti è stata una iattura, perché dopo sono arrivati Di Pietro, Berlusconi quel coglione di Beppe Grillo, la rovina della politica. I partiti erano se non altro rappresentanti degli interessi di classi precise, la DC si teneva buona i contadini, avevano le loro aree sociali di riferimento. Io penso che la storia d’Italia seria comincia il 25 luglio del ‘43, con la caduta del Fascismo e inizia la Resistenza e dalla Resistenza inizia la Costituzione, una grande Costituzione, fondata sul lavoro, gli articoli sul lavoro li hanno scritti Lelio Basso e Aldo Moro, un socialista e un cattolico, e finisce quando hanno ammazzato Moro, il 9 maggio 1978. Moro chi lo ha ammazzato? Parliamoci chiaro, questi buffoni cialtroni delle Brigate Rosse in mano ai Servizi Segreti; c’è un romanzo di un grande scrittore cattolico, Gilbert Chesterton, quello che ha inventato Padre Brown, L’uomo che fu Giovedì: riesce a formare una cellula terroristica, con sette componenti, alla fine del libro si scopre che tutti e sette sono agenti di qualcuno, nessuno di loro è un terrorista vero, tutti emissari dei servizi segreti.

MICHELE DI DONATO: Che eredità ci ha lasciato Alessandro Leogrande? E questa eredità da chi può essere raccolta?

GOFFREDO FOFI: Cazzi vostri! Vedetevela voi! Quando Alessandro è morto, tutti si sono accorti di quello che aveva fatto… adesso è già passato nell’ombra in qualche modo. L’eredità va raccolta, il problema non è che chi la raccoglie sappia chi sia Alessandro Leogrande,  il problema è questo metodo, questo modo di intendere la politica, il lavoro sociale e il lavoro culturale, e questo in modi confusi, continua un po’ a circolare, a esistere. Per carità, il sociale è finito, perché si sono burocratizzati, istituzionalizzati, è inserito in un meccanismo, in quello che una volta si chiamava para-Stato, che fa quello a cui lo Stato ha rinunciato, che lo Stato ha abbandonato avendo scelto la privatizzazione; è fondamentale che ci sia chi pulisce il culo alle vecchiette, è un’opera necessaria, però si chiama carità, non si chiama sociale; il sociale aveva degli obiettivi, delle organizzazioni, gruppi che non erano cattolici; c’è ancora per fortuna l’8 per mille dei Valdesi. La gente che si occupa del sociale è tantissima, a Roma ce n’è una quantità enorme, se non ci fossero loro Roma si sfascerebbe, figurati se non ci fossero tutti questi gruppi, sarebbe un disastro, per carità, bisogna difenderli è bene che ci siano, però sono inerti, se non diventano organizzazione, se non cambiano le leggi, se non influiscono sul vuoto della politica… il disastro è quello! La politica può rinascere dalla disobbedienza di uno, di gruppo, di massa: dai movimenti nascevano una volta i partiti, le organizzazioni e anche i sindacati, c’era qualcuno che all’interno dei movimenti diceva “a ‘sto punto cerchiamo di organizzarci”. Oggi è un disastro, pensa al sindacato, al silenzio del sindacato… il sindacato serve ormai per fare le pratiche ai vecchietti, durante il Covid i vecchietti erano all’ordine del giorno: hai mai sentito che il sindacato abbia fatto qualcosa per i vecchietti? Sono degli scaldabanchi, dei parassiti.

DOMANDA (dal pubblico): Qual è il suo rapporto con la curiosità? C’è qualcosa che la rende ancora curioso?

GOFFREDO FOFI: Per carità, io sono estremamente curioso, ogni settimana almeno un libro lo leggo, a volte sono furbo e recensisco un libro che hanno ristampato che è uscito già treta anni fa e che mi ricordo (ride)… però, leggo molto, seguo molto, non seguo i blog, ‘ste robe…

DOMANDA (dal pubblico): Qual è il rapporto con il tempo che avanza, con la vecchiaia?

GOFFREDO FOFI: Io sono estremamente curioso ma anche estremamente disperato, perché curiosità vuol dire scoprire che il mondo fa schifo sempre di più; più invecchio più sono ateo, anarchico, nichilista. Dicevo oggi a Panizza, l’Ecclesiaste… niente serve a niente… ciò detto, la dignità dell’uomo sta nel fatto che si ribella, questo è, che si ribella e cerca di costruire, di inventare qualcosa. Io cito sempre due cose, di Ignazio Silone e di Nicola Chiaromonte, tutti e due sul tempo presente. Ci fu una polemica tra di loro perché avevano litigato. Silone scrive un articolo, il cui tema era: “Che cosa rimane?” Dopo Auschwitz, dopo la bomba atomica ecc… Silone dice: “A ben vedere, rimane il Padre Nostro”. È la sua svolta verso il religioso, Silone lo motiva: siccome l’uomo non ce la fa da solo ha bisogno di un’entità superiore a cui rifarsi che possa dargli un aggancio, una solidità, una spina dorsale. Chiaromonte risponde laicamente: “A ben vedere, rimane il ricordo di quello che l’uomo ha saputo fare nei suoi momenti migliori” e ci metteva, che ne so, il Rinascimento, la Resistenza, ci sono stati insomma momenti di gloria dell’uomo, se siamo qui è perché c’è stata anche una evoluzione, non solo il massacro, se no non c’eravamo… sono due cose molto rispettabili tutte e due; io sono ateo ma è ovvio che nel mio operare da figlio-allievo di Capitini, qualcosa di religioso l’ho sempre contemplato. Gli unici giornali che mi fanno scrivere sono Avvenire e il giornale dei Valdesi… sarà un caso?

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