FU

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di e con

Dario Natale

Gianluca Vetromilo

e con Pasquale Truzzolillo.

Un gruppo teatrale riceve un invito per una replica di un proprio spettacolo debuttato quattro anni prima, devono provare,  interrogandosi capiscano di non volerlo più fare come prima, di volere cambiare tutto…. eppure fino a quel momento aveva funzionato, c’erano state delle targhe di riconoscenza, molti ne avevano parlato sia bene che male, e poi lo spettacolo aveva interrotto 17 anni di silenzio collettivo intorno ad una barbara esecuzione di mafia avvenuta nel 1991… e allora perché cambiarlo? Ci vogliono nuove parole? O bisogna smettere di usarle?

musiche: Vladimir Marthinov, Gustavo Santaolalla.

crediti: Scenari Visibili, gruppo fb Nuovo Teatro Umberto-Lamezia,

Residenza Teatrale Ligeia, tc Teatro Comunale Lamezia, Regione Calabria.

dedicato a Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte

un grazie a : Maria Tramonte, Gianfranco Berardi, Emma Leone.

 

da: HYSTRIO trimestrale di teatro e spettacolo 1/2013.

Vittime delle ’ndrine

Il teatro mantiene vivo il ricordo. Delle storie dimenticate, seppure tragiche. Dimenticate da chi, per mestiere, avrebbe dovuto destinare doverosa attenzione. Fu riporta alla memoria collettiva la storia di due onesti lavoratori calabresi, spazzini, morti per ’ndrangheta. Non a mo’ di piagnisteo da prefica, consuetudine degli spettacoli-commiati, o mediante patetismi di sorta. Con un fare teatro, invece, che, nella sua artigianalità, arriva nell’intimo di chi guarda suscitandone l’ilarità, la riflessione scaturita dalla visione leggera, il soddisfacimento sensoriale. Nemmeno trattando direttamente della triste vicenda, nell’ultimissima versione, ma giocando al rimando (per analogia), al richiamo, in un allestimento di cui la compiutezza si chiarifica dopo l’ultima scena. Epilogo di una costruzione estetica e dialettica cominciata in platea (un attore raggiunge il palco dalle poltrone dopo le prime battute) e proseguita nello svelare scena e costrutti come in una bottega teatrale, nello specchiare il teatro in se stesso. La mezz’ora conclusiva disegnata dal linguaggio silente dell’immagine, abbagliante, è preceduta da un quarto d’ora di dialogico serrato. A far da scena agli attori un cumulo di scatole di cartone di azzurro pastello a formare la sillaba “fu”. Fu di Fumiere. Passato remoto del verbo essere. Scatole di cartone diventate all’occorrenza un enorme robot, al centro del palco, venuto fuori dalle storielle dei protagonisti. Che si raccontano come fossero amici al bar, come degli aneddoti da portare a galla da tempi andati e riderci su. Come un aneddoto rischierebbe di diventare la storia dei due lavoratori morti per longa manus delle ’ndrine se non ci fosse il palcoscenico a farne cassa di risonanza. Soddisfacente.

Emilio Nigro