THE CULT OF FLUXUS Ernesto Orrico/Flavia Lisotti/Mattia Argieri

tCoF band

13 dicembre, Teatro Umberto Lamezia Terme 

Flussi di coscienza che scendono giù vorticando e svuotandosi come quando togli il tappo ad una vasca piena d’acqua. Giochi di parole, ironia, pensieri in metrica, suoni elettronici, loop ossessivi, disturbi acustici.

The Cult of Fluxus è narrazione frammentata, parola detta a voce piena, parola urlata, straziata,,distorta… che si fonde e confonde con la ricerca di linee melodiche di matrice soul. Performance aperta all’improvvisazione e al cambio rapido di coordinate sonore.

Voci: Flavia Lisotti e Ernesto Orrico

Loop e potenziometri: Mattia Argieri

 

Rockit, recensione di Letizia Bognanni, 9/9/2014
http://www.rockit.it/recensione/25946/thecultoffluxus-the-cult-of-fluxus

Forse sono vittima della società dell’immagine, ma non riesco proprio a non pensare che qui mancano dei visual. Ascolto il disco e mi sembra di sentire delle sonorizzazioni senza l’oggetto sonorizzato. In attesa o nella speranza quindi che qualcuno aggiunga agli scritti, alla voce e ai suoni anche delle immagini – si tratta pur sempre di un progetto multimediale – non mi resta che provare a formarmele in testa, le immagini, ad ascoltare come se fossi in una stanza buia di fronte a uno schermo, oppure a un attore, un artista, un ballerino che danno vita a delle performance. Le quali ricorderanno sicuramente – e banalmente, perdonate la mancanza di fantasia – l’arte e le sperimentazioni degli anni sessanta – riferimento scontato, ribadisco, ma non si citerà mica il Fluxus così per caso?
I testi recitati dall’attore-regista Ernesto Orrico sono flash di osservazione e denuncia, flussi di parole e giochi con la cultura alta e la cultura pop, stranianti come i suoni minimali, apocalittici, futuristici, vintage, concreti o immaginifici di cui musicisti delle più varie estrazioni li hanno vestiti – o spogliati – e andrebbero affrontati in un ambiente adatto che difficilmente, almeno per chi tende a distrarsi, possono essere la casa e le casse del computer. A meno che non si spengano tutte le luci e ci si trasporti in un teatro mentale.

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